Corre l’anno 1988: Berto è interrato nel discreto cimitero di San Nicolò di Ricadi già da quaranta stagioni. La vedova Manuela Perroni istituisce – in sintonia con le Amministrazioni di Mogliano Veneto e Ricadi e in collaborazione con le Università di Padova e della Calabria, Dipartimenti di Italianistica – il Premio Letterario Giuseppe Berto, rivolto agli Autori di un’opera prima di narrativa, redatta in lingua italiana. Notabili della letteratura (e non solo) sono coinvolti nella Giuria. Tra gli altri, si ricordano: Gaetano Tumiati, Fernando Bandini, Elio Chinol, Michel David, Cesare De Michelis, Massimo Fini, Luigi Maria Lombardi Satriani, Michele Mari, Giorgio Pullini, Giancarlo Vigorelli. Nomi di spicco, per un confronto unico nel suo genere. Paola Capriolo vince la prima edizione con La grande Eulalia edito dalla Feltrinelli. Sempre nell’ottantotto, con finalità di rendere omaggio allo scrittore veneto e per divulgarne le Opere, si fonda l’Associazione Amici di Giuseppe Berto: le due Amministrazioni, per lo scopo, si gemellano. Presiede il gruppo appena menzionato lo Storico Don Pasquale Russo, amico argentino del Nostro e, ancora, sacerdote responsabile della comunità cristiana di Ricadi. Incombenza della compagnia è (anche) quella di caratterizzare, assieme alla Giuria formale, il vincitore del Premio Letterario che si svolge alternativamente ogni anno nei due Comuni. Ogni cosa procede come si deve fino al duemilasette: accade, però, che la vedova sia in disaccordo su vari argomenti con Don Russo il quale, in seguito a ciò, si dimette dalla carica. In altre parole, il gruppo interrompe l’esistenza. Da quel momento, tutto muove sotto il determinato e “particolare” occhio della Signora Perroni, la quale pretende l’assoluto governo logistico: solleva alcuni giurati di spicco sostituendoli con nomi pressoché sconosciuti o, per non agitare più del necessario tali personaggi, “poco noti”. I Comuni gemellati, di conseguenza, iniziano a tergiversare intorno ai singolari armeggi. Si sa come vanno le cose, presso le Amministrazioni Comunali italiane: appena s’intravede la possibilità di sospendere sussidi in favore delle manifestazioni culturali, le stesse ne profittano, chiudendosi a riccio. Il refrain <<vorremmo ma non abbiamo fondi>> è prassi accreditata. Il Sindaco di Ricadi (Domenico Laria), nel frattempo, sfronda gli abboccamenti con la vedova. La ragione? <<No: senza Don Russo non sapevo cosa fare, non mi ritenevo all’altezza di poterlo sostituire>>. Questo il suo commento alla nostra richiesta. La Signora Perroni, di rincalzo, alza il tiro della diatriba: s’impunta e continua per la sua strada, piantando paletti a ogni piè sospinto. Esige determinati svolgimenti al posto di altri. <<Berto era mio marito e in ragione di ciò sono l’unica a doversi occupare della sua memoria, e di quanto correlato>>. Non è così, Donna Manuela: non “deve” e non può essere così. Bepi era sì suo legittimo sposo: tuttavia fu anche un intellettuale, italiano per giunta. Per la qualcosa appartiene anche al pizzicagnolo di Ricadi. O di Mogliano. O a me, che tanto l’ho amato: corrisposto in forte misura, come ben ricorderà. Lei può – circostanza che del resto avviene da quando non godiamo la fisicità di uno dei più importanti scrittori contemporanei – certamente usufruire delle royalties spettanti per la proprietà intellettuale di Berto Autore: noi tutti, al suo contrario, gusteremo soltanto le parole dell’Autore. Non poca cosa, creda. Poi, se lei avesse continuato a percorrere la strada maestra – certamente con il sostegno di quanti purtroppo non sono più al suo fianco – oggi, e di ciò non sono l’unico a esserne convinto, la resistenza indifferente da parte delle Amministrazioni implicate non riuscirebbe ad affossare quanto, per quasi vent’anni, ha ben marciato: elargendo – e per tanto le siamo grati – notorietà a giovani scrittori capaci. Ho assistito, con tormento, all’ultima edizione del Premio: era il duemiladieci e, seduti sulle quattrocento sedie bianche poste sul piazzale antistante al Comune di Ricadi, eravamo in venticinque. Soltanto. Chissà perché. Rivedo il filmato e mi rattrista il pensiero del caro Bepi che tanto amava lottare per l’equità, in genere. Ancora, una rimostranza severa deve farsi nei confronti dell’Assessore regionale alla Cultura: è giusto abbracciare e promuovere (con emolumenti reali) la sagra dello stoccafisso o quella del bifolco doc, sia ben chiaro. Allo stesso tempo, sarebbe ancor più giusto prendersi cura del recupero di quanto, per lungo tempo, ha onorato la Calabria e il territorio di Ricadi in primis: s’intoni il De Profundis, in caso contrario.

giuseppe braghò

 2 maggio duemiladodici

Giuseppe Berto in un disegno di Giuseppe Pontoriero Luzzaro

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Eccomi, per il terzo anno consecutivo, a documentare i “fenomeni” vissuti dalla Signora M., la mistica calabrese che poco ama la notorietà. La Signora in argomento conosce bene la mia posizione di osservatore “laico”, ma si lascia docilmente fotografare e filmare anche da me. “Che queste foto siano d’aiuto a quanti soffrono“, mi dice. Non desidero contrastare i suoi desideri svelandone nome e residenza. “Se qualcuno vuole incontrarmi, lo può fare prendendo contatto lei, caro professore” – dice ancora con un filo di voce – “e potrete accompagnarlo a casa mia“. La cronaca della giornata di “Passione” sarà breve: M. appare molto sofferente, si lamenta in un crescendo che cessa di colpo, alle quindici esatte. Alcun movimento o tremito produce il suo corpo. Giace immobile per una ventina di minuti, per poi svegliarsi gradualmente. Ripresa conoscenza, è aiutata dalla figlia a sollevare la schiena (dolorante, afferma) e poggiarsi sul cuscino. Il viso è congestionato. Visibili, sulla fronte, almeno tre lesioni cutanee. La mano sinistra è pervasa da marcati “segni” ricoperti da sangue raggrumato. Inizia, quindi, a raccontare “…tutto quello che ho visto…”. La stanza che ospita il letto della Signora M. è talmente gremita di gente (tutti devoti, eccetto me) che un fiammifero lasciato cadere non toccherebbe terra. Racconta di aver visto le pie donne ai piedi della croce del Nazareno, di avere “incontrato il papa buono”, e di quanto lo stesso sia preoccupato: soprattutto per i giovani d’oggi senza futuro, certezze e, più di ogni altra cosa, senza ideali. Tanto altro racconta la Signora M. E’ un fiume in piena. Sul posto, ho avuto il piacere d’incontrare la dottoressa Cristina Tumiati, psicologa e buona amica della Signora fin dall’infanzia, essendone compaesana. La Tumiati è una studiosa dei “fenomeni” che i “segnati” vivono. Eccellente la sua tesi di laurea, che argomenta esclusivamente di ciò. Nelle mie riflessioni intorno a tali avvenimenti, spesso ho “adoperato” i suoi studi. Ci siamo lasciati (lei lavora a Roma, presso il Ministero della Salute) con la promessa di conversare più a lungo, sul tema. Spero che ciò avvenga nei prossimi giorni. Riporterò il colloquio per intero. Vi lascio, per oggi: lo faccio offrendovi le foto ma non i miei commenti. Dovrò analizzare il filmato, riparlare con la dottoressa Tumiati, scambiare due chiacchiere con il parroco del piccolo paese calabro dove, da anni, si vive l’avvenimento. A presto, e grazie per l’attenzione.

Le nuove foto (2012) delle stigmate.

Pubblicato: 4 aprile 2012 in Attualità

Ieri (martedì 3 aprile) sono andato a visitare la Signora M. la quale, come consuetudine, si prepara a rivivere la Passione del Nazareno. Mi ha permesso di scattare alcune foto, che pubblico. Visibili, sulla mano sinistra, i segni ancora “immaturi” delle stigmate. Sono perfettamente identici a quelli dello scorso anno. Non anticipo nulla: tuttavia, lo ritengo un indizio “sfavorevole” per l’opinione di quanti, al mio contrario, collegano tali “fenomeni” alla Passione del Nazareno che la Signora sostiene di “attraversare”. Vedremo cosa succederà nel primo pomeriggio del prossimo venerdì, giorno “santo” per i cristiani. Sarò al capezzale della Signora M. per filmare (con il suo consenso e per il terzo anno consecutivo) quanto accadrà. Scatterò inoltre delle nuove foto, che saranno ospitate nella dedicata rubrica del mio Blog. Non ho ancora deciso se offrirvi in visione le riprese filmiche passate. Aspettiamo il “fenomeno” annuale del venerdì “santo”. Poi si vedrà. Voglio ricordare a quanti seguono le mie inchieste giornalistiche (solitamente dedicate al mondo dell’archeologia e ai …misteri “italiani” alla stessa legati) che l’interesse verso i “segnati” o stigmatizzati è dovuto unicamente al desiderio – oltre che al tentativo – di dare a me stesso una razionale decifrazione di tali avvenimenti per poi passarla ai lettori. Raccolgo materiale da quattro anni: la Signora M. non è la sola ad aver attirato la mia attenzione. La “mistica di Paravati” Natuzza Evolo, che ho conosciuto oltre quaranta anni fa, mi ha fornito, con le personali “manifestazioni”, molti interessanti spunti d’indagine, non ancora da ritenersi studiati a fondo. Il materiale è sostanzioso e sicuramente interessante. I frutti si gustano maturi. Non c’è fretta. Conta la qualità. Di una mela o di un’inchiesta: esattamente.

Parte prima.

   Verso la metà dell’anno mille, le frequenti incursioni saracene obbligarono un considerevole gruppo di abitanti rivieraschi del Tirreno reggino a cercare luoghi più sicuri che le fasce costiere. Decisero per un territorio piuttosto remoto, dove riorganizzare il proprio nucleo abitativo. Pensarono, quindi, di essere al riparo rifugiandosi sul pianoro diviso da due corsi d’acqua: il Tricuccio e il Cumi. Il terrazzo è noto con il toponimo di Mella o Melle, a poco più di quattro chilometri dall’odierna Oppido. Ritengo non sia stata una scelta casuale poiché, nei pressi del costituendo borgo, affioravano ancora i resti di quella che, con buone probabilità, credo possa essere stata l’antica Mamertum, già nota fin dalla Roma repubblicana: tanto, deve aver costituito fondamento di sicurezza, perché la tutela personale era in qualche modo accreditata da precedenti esperienze. Cominciarono, i profughi, a vivere un’esistenza più tranquilla: i terreni, fertili, ben si prestarono alla trasformazione agricola. Su tutto, l’esuberante produzione di ottimo olio assicurava ai fuggiaschi apertura commerciale e, dunque, benessere.

Il nucleo primitivo conobbe una certa fioritura socio-economica: all’interno delle poderose mura, edificate per necessaria difesa, s’innalzò perfino un castello angioino, in seguito rimaneggiato alla maniera aragonese.

Non potevano mancare un duomo, chiese minori e un paio di conventi. Fu sede episcopale dalla seconda metà dell’anno mille.

Ovviamente, i Signori del tempo (dal barone Boemondo alle famiglie Ascaris e Caracciolo, dai duchi di Seminara ai principi di Cariati e così via) non si fecero sfuggire il feudo. Il terribile sisma del 1783 costrinse i sopravvissuti a spostarsi altrove: ebbe così origine l’odierna cittadina nel quale ambito, oggi, si apprezzano delizie architettoniche dei secoli XVIII-XIX, come il palazzo Zerbi, il vecchio edificio comunale, magnifici portali (alcuni del millecinquecento, in pietra verde di Delianuova) recuperati dal borgo originario e altro ancora.

Interessanti attestazioni artistiche di arte sacra (dal rinascimento all’ottocento) si ammirano custodite sia all’interno della Cattedrale sia in Chiese minori urbane, oltre che del circondario. Fin qui tutto bene o, meglio, nella norma. Ciò che non riesco a comprendere è il degrado che le antiche memorie sono costrette a conoscere: siano esse rappresentate dalle testimonianze che vanno dal periodo neolitico all’età del ferro o dall’insediamento risalente al III – I secolo a.C. alla cosiddetta Oppido Vecchia. Raggiungere quei luoghi è già un problema notevole per chi non possieda un robusto fuoristrada: eppure, apprendo, presso il Comune i soldi per la realizzazione della carrabile esistono. Inutilizzati, certamente: tuttavia, sono nella disponibilità. Proseguiamo. Arrivati al paese abbandonato per il terremoto del 1783, ci s’imbatte in altro tipo di scempio, piuttosto in vigore presso similari realtà culturali calabre. Una pomposa strada di recente fattura – con tanto di gradevoli staccionate di legno ai lati – attraversa il borgo, orgoglio di Signorie passate e vergogna di Signorie attuali.

Dovunque regna il disdoro: alcune casette rurali edificate dopo il terribile evento e ristrutturate qualche anno fa dalla Soprintendenza Calabra, sono al momento – insieme a fiammanti panchine e altri arredi esterni – straordinari e deplorevoli supporti per erbacce infestanti, dal vigore eccellente.

Per contro, all’interno delle mura residue dell’abitato antico regnano ordine e pulizia. Tale oggettività si deve unicamente alle cure che i proprietari dei maestosi ulivi colà impiantati (dopo il sisma, di sicuro) riservano alle madri di olive sopraffine le quali, di conseguenza, regalano olio prelibato.

Come dire: amor con amor si paga. Vallo a spiegare ai funzionari della Soprintendenza. <<Non abbiamo soldi>>, nicchiano. In ogni caso, a volte, la provvidenza arriva anche per i protettori della Memoria ed ecco che, fin quando durano i quattrini, subito a comprare panchine e bacheche (lasciate vuote: telai lignei soltanto, insomma) che saziano e sazieranno, al solito, l’appetito d’indomabili grovigli di rovi.

Uguale sorte è riservata – un paio di chilometri dopo – ai ruderi di un insediamento italico. In verità, anche qui le male piante non allignano: a impedirlo – ancora una volta e unicamente ben lontane dalle rovine – i medesimi proprietari dei maestosi fusti di ulivi generosi. La Soprintendenza si è limitata, appena finiti gli sghei, a ricoprire il tutto (non ogni cosa, in realtà) con teli che han conosciuto una freschezza di fabbrica anch’essi, nei già lontani anni di posa. Un passo indietro. All’inizio di Oppido (l’attuale, intendo), una bacheca “a doppio tettuccio spiovente” (simile a quelle che ho notato in Sila, annuncianti la presenza – pur rara – di scoiattoli, cerbiatti e finanche lupi, sì) ospita pedanti didascalie informative che lì, in quei luoghi perbacco, si andrà per conoscere la Storia. Sì, la Storia.

La Storia di sempre, aggiungo. La Storia senza fine di Istituzioni preposte alla custodia e perennemente con le tasche vuote, la Storia senza fine di politici locali distratti tranne che in tempo di elezioni, la Storia senza fine di Amministrazioni comunali che si susseguono, ma non eseguono, la Storia senza fine di fieri cittadini Oppidesi costretti ad alzare le spalle, rassegnati, ormai, a identificarsi quotidianamente come cittadini (paganti) dell’Italia minore, l’Italia che non merita attenzione, quella porzione d’Italia che va comunemente ricordata soltanto per fatti e misfatti legati all’inalterabile realtà della ‘ndrangheta, madre assoluta del male mediterraneo: così come la dieta, anch’essa mediterranea, è madre assoluta del vigore salutistico. Come dire: chi non mangia all’italiana, muore, e presto. Storia senza fine anche questa. La ‘ndrangheta ha spalle per bisacce colme d’ogni male. Vero. In ragione di ciò, vuoi vedere come il disdoro che abbraccia le memorie (non poche) di Oppido Vecchia e del pianoro Mella è attribuibile alla ‘ndrangheta? O no? Nella seconda parte dell’inchiesta approfondiremo anche quest’argomento.

Giuseppe Braghò

In lavorazione..

Questa sezione ospiterà le personali inchieste condotte intorno agli orrori che oggi si fanno notare nella maggior parte dei siti archeologici della Magna Grecia, l’area geografica della penisola italiana meridionale che ospitò colonie e sub colonie greche a partire dall’VIII secolo a.C. Notizie reali, documentate. Come mio costume giornalistico, d’altra parte. La ragione di queste “fatiche” dovrà ricercarsi nella determinazione di volere (e dovere) restituire dignità alla Memoria di quanto, un tempo, meritò di chiamarsi Megálē Hellás, Μεγάλη Ἑλλάς.

NEWS: SI RICOMINCIA!

Pubblicato: 6 febbraio 2012 in Attualità

Mi scuso – con quanti seguono il Blog – per la lunga pausa. Ricominciamo, da oggi, a mostrarci: riprendiamo la relazione interrotta dalla cagionevole salute prima e da oggettività ancor più sgradevoli dopo. In molti si sostiene che la buona forma fisica debba necessariamente essere conditio sine qua non, prima di affrontare qualsiasi contingenza. Non sono d’accordo con chi la pensa così. Nel corso dei pareri che ci scambieremo, affronterò con maggiore rilievo l’argomento: oggi voglio soltanto offrirvi il mio saluto, comunicando che, alla fine, ho deciso di continuare il progetto “Blog” nonostante le avversità. Nove mesi di silenzio sono tanti. Le vostre visite sono diminuite man mano che i miei banali rapporti o gli ancor più banali scritti si sono ridotti, fino a sparire. Sento di dovervi ringraziare per l’attenzione dimostrata, sicuramente dovuta alla vostra amabilità più che al contenuto del Blog. Ho inserito nuovi progetti eliminandone di vecchi, non più attuali: meglio, inutili allo spirito che vorrà animare queste pagine. Spero di ricevere numerose critiche, senza le quali mi farete supporre che io possa essere “condannato” alla gratificazione prima del supplizio post mortem il quale, d’altronde, non potrà che essere soltanto una situazione (da taluni nei miei confronti desiderata), più che una circostanza. Grazie.