Archivio per la categoria ‘Inchieste Archeologiche’

Parte prima.

   Verso la metà dell’anno mille, le frequenti incursioni saracene obbligarono un considerevole gruppo di abitanti rivieraschi del Tirreno reggino a cercare luoghi più sicuri che le fasce costiere. Decisero per un territorio piuttosto remoto, dove riorganizzare il proprio nucleo abitativo. Pensarono, quindi, di essere al riparo rifugiandosi sul pianoro diviso da due corsi d’acqua: il Tricuccio e il Cumi. Il terrazzo è noto con il toponimo di Mella o Melle, a poco più di quattro chilometri dall’odierna Oppido. Ritengo non sia stata una scelta casuale poiché, nei pressi del costituendo borgo, affioravano ancora i resti di quella che, con buone probabilità, credo possa essere stata l’antica Mamertum, già nota fin dalla Roma repubblicana: tanto, deve aver costituito fondamento di sicurezza, perché la tutela personale era in qualche modo accreditata da precedenti esperienze. Cominciarono, i profughi, a vivere un’esistenza più tranquilla: i terreni, fertili, ben si prestarono alla trasformazione agricola. Su tutto, l’esuberante produzione di ottimo olio assicurava ai fuggiaschi apertura commerciale e, dunque, benessere.

Il nucleo primitivo conobbe una certa fioritura socio-economica: all’interno delle poderose mura, edificate per necessaria difesa, s’innalzò perfino un castello angioino, in seguito rimaneggiato alla maniera aragonese.

Non potevano mancare un duomo, chiese minori e un paio di conventi. Fu sede episcopale dalla seconda metà dell’anno mille.

Ovviamente, i Signori del tempo (dal barone Boemondo alle famiglie Ascaris e Caracciolo, dai duchi di Seminara ai principi di Cariati e così via) non si fecero sfuggire il feudo. Il terribile sisma del 1783 costrinse i sopravvissuti a spostarsi altrove: ebbe così origine l’odierna cittadina nel quale ambito, oggi, si apprezzano delizie architettoniche dei secoli XVIII-XIX, come il palazzo Zerbi, il vecchio edificio comunale, magnifici portali (alcuni del millecinquecento, in pietra verde di Delianuova) recuperati dal borgo originario e altro ancora.

Interessanti attestazioni artistiche di arte sacra (dal rinascimento all’ottocento) si ammirano custodite sia all’interno della Cattedrale sia in Chiese minori urbane, oltre che del circondario. Fin qui tutto bene o, meglio, nella norma. Ciò che non riesco a comprendere è il degrado che le antiche memorie sono costrette a conoscere: siano esse rappresentate dalle testimonianze che vanno dal periodo neolitico all’età del ferro o dall’insediamento risalente al III – I secolo a.C. alla cosiddetta Oppido Vecchia. Raggiungere quei luoghi è già un problema notevole per chi non possieda un robusto fuoristrada: eppure, apprendo, presso il Comune i soldi per la realizzazione della carrabile esistono. Inutilizzati, certamente: tuttavia, sono nella disponibilità. Proseguiamo. Arrivati al paese abbandonato per il terremoto del 1783, ci s’imbatte in altro tipo di scempio, piuttosto in vigore presso similari realtà culturali calabre. Una pomposa strada di recente fattura – con tanto di gradevoli staccionate di legno ai lati – attraversa il borgo, orgoglio di Signorie passate e vergogna di Signorie attuali.

Dovunque regna il disdoro: alcune casette rurali edificate dopo il terribile evento e ristrutturate qualche anno fa dalla Soprintendenza Calabra, sono al momento – insieme a fiammanti panchine e altri arredi esterni – straordinari e deplorevoli supporti per erbacce infestanti, dal vigore eccellente.

Per contro, all’interno delle mura residue dell’abitato antico regnano ordine e pulizia. Tale oggettività si deve unicamente alle cure che i proprietari dei maestosi ulivi colà impiantati (dopo il sisma, di sicuro) riservano alle madri di olive sopraffine le quali, di conseguenza, regalano olio prelibato.

Come dire: amor con amor si paga. Vallo a spiegare ai funzionari della Soprintendenza. <<Non abbiamo soldi>>, nicchiano. In ogni caso, a volte, la provvidenza arriva anche per i protettori della Memoria ed ecco che, fin quando durano i quattrini, subito a comprare panchine e bacheche (lasciate vuote: telai lignei soltanto, insomma) che saziano e sazieranno, al solito, l’appetito d’indomabili grovigli di rovi.

Uguale sorte è riservata – un paio di chilometri dopo – ai ruderi di un insediamento italico. In verità, anche qui le male piante non allignano: a impedirlo – ancora una volta e unicamente ben lontane dalle rovine – i medesimi proprietari dei maestosi fusti di ulivi generosi. La Soprintendenza si è limitata, appena finiti gli sghei, a ricoprire il tutto (non ogni cosa, in realtà) con teli che han conosciuto una freschezza di fabbrica anch’essi, nei già lontani anni di posa. Un passo indietro. All’inizio di Oppido (l’attuale, intendo), una bacheca “a doppio tettuccio spiovente” (simile a quelle che ho notato in Sila, annuncianti la presenza – pur rara – di scoiattoli, cerbiatti e finanche lupi, sì) ospita pedanti didascalie informative che lì, in quei luoghi perbacco, si andrà per conoscere la Storia. Sì, la Storia.

La Storia di sempre, aggiungo. La Storia senza fine di Istituzioni preposte alla custodia e perennemente con le tasche vuote, la Storia senza fine di politici locali distratti tranne che in tempo di elezioni, la Storia senza fine di Amministrazioni comunali che si susseguono, ma non eseguono, la Storia senza fine di fieri cittadini Oppidesi costretti ad alzare le spalle, rassegnati, ormai, a identificarsi quotidianamente come cittadini (paganti) dell’Italia minore, l’Italia che non merita attenzione, quella porzione d’Italia che va comunemente ricordata soltanto per fatti e misfatti legati all’inalterabile realtà della ‘ndrangheta, madre assoluta del male mediterraneo: così come la dieta, anch’essa mediterranea, è madre assoluta del vigore salutistico. Come dire: chi non mangia all’italiana, muore, e presto. Storia senza fine anche questa. La ‘ndrangheta ha spalle per bisacce colme d’ogni male. Vero. In ragione di ciò, vuoi vedere come il disdoro che abbraccia le memorie (non poche) di Oppido Vecchia e del pianoro Mella è attribuibile alla ‘ndrangheta? O no? Nella seconda parte dell’inchiesta approfondiremo anche quest’argomento.

Giuseppe Braghò

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Questa sezione ospiterà le personali inchieste condotte intorno agli orrori che oggi si fanno notare nella maggior parte dei siti archeologici della Magna Grecia, l’area geografica della penisola italiana meridionale che ospitò colonie e sub colonie greche a partire dall’VIII secolo a.C. Notizie reali, documentate. Come mio costume giornalistico, d’altra parte. La ragione di queste “fatiche” dovrà ricercarsi nella determinazione di volere (e dovere) restituire dignità alla Memoria di quanto, un tempo, meritò di chiamarsi Megálē Hellás, Μεγάλη Ἑλλάς.